Don Carlo De Cardona

Don Carlo De Cardona è la figura di riferimento per questa prima edizione della Sud Economics Summer School,  una scelta giustificata dalla commistione di attività nel sociale e di impegno sul piano intellettuale che ha caratterizzato la sua vita. 

Don  Carlo De  Cardona è stato un presbitero  ed un politico italiano che ha operato nel cosentino nel secolo scorso. E’ nato a Morano Calabro il 4 maggio 1871 dove è morto il  10 marzo 1958.

Autore emblematico del meridionalismo calabrese a cavallo fra XIX e XX secolo, viene ricordato come una delle figure più carismatiche e discusse del Partito Popolare Italiano in Calabria, oltre che come fondatore di leghe contadine ed operaie e di istituzioni economiche volte allo sradicamento dell'usura ai danni dei ceti più umili. L’attività di De Cardona si sviluppa immediatamente dopo l’ordinazione sacerdotale ,quando viene chiamato dall'arcivescovo di Cosenza, mons. Camillo Sorgente  ad occupare il posto di segretario particolare. Nel primo anno di permanenza a Cosenza don Carlo costituì il Comitato diocesano dell'Opera dei Congressi, che dal 1875 coordinava tutte le aggregazioni cattoliche italiane del tempo. Costituì inoltre una congregazione di studenti intitolata a San Luigi, il comitato parrocchiale della Cattedrale e di qualche altra parrocchia della diocesi. Tutti questi organismi aderirono al primo congresso cattolico della Calabria, svoltosi a Reggio dal 13 al 16 ottobre 1896, e vi inviarono una delegazione comprendente l'arcivescovo Sorgente, don Carlo e alcuni altri. Il congresso di Reggio Calabria era stato convocato dai Vescovi calabresi su precisa richiesta di papa Leone XIII dall'arcivescovo Portanova .

Durante gli studi nell'Università Gregoriana, don Carlo aveva conosciuto e studiato l'enciclica Rerum novarum  inviata da Leone XIII nel 1891, e ne aveva respirato la spinta sociale, seguendo l'insegnamento dei Gesuiti che l'avevano preparata e la diffondevano. Per questo motivo accolse l'invito rivolto ai partecipanti del Convegno di Reggio e cominciò a impegnarsi anche nella costituzione di opere sociali. Su suo impulso, infatti, nel 1897 fu costituita la Società operaia di carità reciproca, con funzioni di mutua assistenza fra i lavoratori, e nel 1898 al suo interno sorse la Cassa cattolica operaia per esercitare il piccolissimo credito fra i soci. Il sacerdote, infatti, saldamente sostenuto dall'arcivescovo Sorgente, proseguì nella sua opera. Nello stesso anno 1898 fondò il quindicinale "La Voce cattolica", diretto nei primi mesi dal can. Francesco Galli e da lui stesso dal gennaio successivo. Il giornale diventò ben presto un prezioso strumento per diffondere fra il clero e il popolo la dottrina sociale cattolica.

   Nel marzo del 1901 ventisei soci, fra i quali l'arcivescovo Sorgente, don Carlo De Cardona e altri quattro sacerdoti. costituirono a Cosenza la Cooperativa cattolica di credito fra gli operai. Tuttavia, nonostante il nome, fra i soci fondatori vi erano pochi artigiani e contadini e la maggioranza era costituita da possidenti, professionisti e commercianti, anche perché la quota sociale era alta.

     Nel maggio dello stesso anno don Carlo diede inizio alla fase più strettamente sociale della sua opera. In quel mese lanciò dalla prima pagina de "La Voce cattolica" un proclama per costituire la Lega del lavoro di Cosenza e nel mese successivo la costituì effettivamente. La visione decardoniana era ampia e articolata. Per favorire lo sviluppo della Calabria e l'elevazione delle classi sociali più umili si proponeva di costituire un po' dovunque una Lega del lavoro come istituzione centrale. Ad essa avrebbero dovuto essere affiancate tre tipi di istituzioni cooperative di contadini e artigiani: una cassa rurale per liberarli dall'usura, una cooperativa di consumo per ridurre i prezzi e alcune cooperative di produzione e lavoro per promuovere l'occupazione. Nel gennaio dal 1902 costituì la Cassa rurale di depositi e prestiti cattolica di Cosenza, nel 1904 la Cassa rurale cattolica di San Pietro in Guarano, nel 1905 le casse rurali di Rende, Luzzi, Rose, Mendicino e così via, fino a raggiungere il numero complessivo di 103 casse rurali costituite in provincia di Cosenza fino al 1927. La casse rurali si diffusero anche nelle province di Catanzaro(60 casse) e di Reggio (36). Il movimento reggino si sviluppò per impulso autonomo; nelle zone del Crotonese e del Lametino, invece, operò l'influenza di don Carlo, che le visitò varie volte.
Non tutte queste istituzioni creditizie riuscirono a funzionare, tuttavia nel 1923 aderivano alla Cassa rurale federative di Cosenza 90 casse rurali, di cui 78 in provincia di Cosenza e 12 in quella di Catanzaro.

La diffusione delle altre istituzioni cooperative fu molto più ridotta. Nello stesso periodo furono costituite nove cooperative cattoliche di consumo, quattordici di produzione e lavoro, cinque di mutuo soccorso e due miste.

Il disegno riuscì bene nella fase iniziale. La cooperativa di lavoro di Cosenza nel 1908 costruì una casa popolare di 24 appartamentini più il pianterreno, e li diede in vendita o in fitto a lavoratori. La cooperativa di consumo mise a disposizione dei contadini del concime a prezzo ridotto e collocò in Marsiglia una parte della notevole produzione di fichi secchi della Valle del Crati. La cooperativa di lavoro di San Pietro in Guarano costruì una centrale idroelettrica nel 1907 per fornire energia al mulino sociale e al paese; nel 1913 l'impianto fu ulteriormente potenziato e fornì l'energia a cinque comuni. Le casse rurali in ogni caso liberarono i soci dall'usura.

Il riferimento alle vicende che accompagnarono la vita di Don Cardona non vuole costituire un riconoscimento postumo dell’azione di un protagonista della società meridionale. Rappresenta, invece, l’occasione per evidenziare, utilizzando alcuni elementi della sua ricca bibliografia, caratteri e fattori costitutivi della società meridionale. Gli studiosi che hanno analizzato l’economia della terza Italia, nel cui ambito sono nati e si sono sviluppati i cosiddetti ‘distretti’, hanno ripetutamente sottolineato che tra i fattori che hanno determinato il successo dell’organizzazione produttiva basata sulle piccole e medie imprese va annoverato il ruolo svolto dalle banche locali e l’azione di coordinamento dei molteplici attori locali favorito dall’esistenza delle associazione di categoria . Le prime hanno saputo sostenere lo sviluppo delle piccole imprese utilizzando la conoscenza delle aree in cui operavano per selezionare i clienti a cui concedere i prestiti. I secondi hanno favorito la crescita produttiva favorendo, tra l’altro, la nascita di strutture di ‘servizio’ che le singole imprese, per le ridotte dimensioni, non erano in grado da sole di sostenere. Sono così nati degli istituti che hanno sostenuto le esportazioni e che hanno facilitato la presenza delle piccole imprese sui mercati esteri.  E’ risultato agevole favorire la ripartizione per fasi tra le piccole imprese grazie alle conoscenze che avevano sviluppato le une delle altre nelle varie organizzazioni di categoria.

Le regioni del Sud hanno visto crescere, a partire dagli anni ottanta del secolo scorso, degli addensamenti di piccole imprese in ben definite aree. Tale crescita ha subito una brusca interruzione tra il 2001 ed il 2011. I dati dell’occupazione nei sistemi locali di piccola impresa meridionali segnalano una forte contrazione. I dati dell’occupazione costituiscono solo una manifestazione della crisi. Colpisce soprattutto il declino delle esportazioni che avevano costituito un traino fondamentale della produzione. L’interruzione della crescita, comunque la si misuri, risulta consistente e per tale robustezza costituisce una novità perché interrompe una crescita, che con varia intensità, si era snodata lungo 30 anni. Emergono durante il ciclo negativo debolezze antiche. Nessuno dei sistemi locali di piccola impresa meridionale è riuscito ad assumere il carattere di un distretto. Nelle aree in questione, infatti, è difficile trovare forme di cooperazione tra istituzioni elettive (Comuni e Regioni), organismi di rappresentanza delle categorie (Confindustria, Organismi sindacali, Camere di Commercio) e istituti finanziari (banche e agenzie locali per lo sviluppo ) che danno vita ad azioni concordate per il sostegno dell’attività imprenditoriale.

L’altra parte della storia dell’industria manifatturiera meridionale è costituita dalle vicende che riguardano l’insediamento e le trasformazioni che hanno coinvolto le imprese di media e grande dimensioni.  Si tratta di processi che hanno modificato profondamente la struttura della grande impresa meridionale. La mappa degli insediamenti produttivi è attualmente il frutto di  due opposti fenomeni . Da una parte, la chiusura e la ristrutturazione dei grandi stabilimenti di base, nati prima degli anni ’70, che determina nei vecchi siti industriali  la scomparsa di  antiche specializzazioni  e la riduzione dell’occupazione ; dall’altra, la costruzione di nuovi stabilimenti, nati per iniziativa di imprenditori locali  o dall’insediamento di  nuovi impianti per decisione di imprenditori esterni.  Le trasformazioni recenti scontano un dato originario che  ha determinato il profilo e le debolezze della grande impresa meridionale.   Non sono molte le  grandi imprese meridionali che alla loro origine hanno capitali ed imprenditori locali. La gran parte delle grandi imprese sono nate per l’azione del capitale pubblico o per iniziativa di imprenditori  del Centro-Nord che hanno avviato attività  imprenditoriali nelle regioni del Sud  , utilizzando le facilitazioni prevista dalla politica a favore delle regioni  meridionali.

Carlo De Cardona  aveva ben presente nella sua  analisi  della società meridionale dell’inizio del secolo  scorso che  i gruppi dirigenti e le classi abbienti  delle regioni meridionali  erano inclini ad indirizzare i propri capitali verso  iniziative legate all’investimento immobiliare e alle opportunità che la prospera attività edilizia offriva, piuttosto che promuovere iniziative nell’attività manifatturiera. La forte presenza tra le classi dirigenti meridionali della proprietà  terriera latifondista  ha legato l’impiego dei propri capitali ad iniziative di carattere speculativo piuttosto che ad attività imprenditoriali che richiedono il perseguimento di progetti di lungo periodo.
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